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28 de mayo de 2021

70.- Palabras de Antonio Francesco Perozzi sobre "El ambulatorio".

(Antonio Francesco Perozzi / Ver Más)

Imagen de Antonio Francesco Perozzi


 XVI (EL AMBULATORIO)

Ahora estarás en el ambulatorio,
        un centro de salud,
        consulta médica,
es un pasillo inmutable y apático,
        luz decaída, nada nuevo,
querías refugiarte en algún sitio
y entraste en un ambulatorio,
los ambulatorios son eso:
lugares donde hacer una pausa,
parecen transitorios, son lugares
de paso o estaciones de tren,
        una sala de espera
donde mirar el hueco de un tiempo que se esfuma,
y estás en una silla al lado de un anciano,
esperando tu turno imaginario,
        el turno que no tienes,
estás matando el tiempo, no sabes dónde ir
y escuchas lo que hablan:
        necesitaba otra receta,
        me falla la rodilla,
        siguen las mismas náuseas,

el padre que acaricia el pelo de sus hijas,
la mujer que está ausente, despeinada o llorosa,
y el anciano que dice palabras para nadie,
        una frase difusa,
        una queja, otra queja,
sus gafas reparadas, esparadrapo, alambres,
el cristal con fisuras, calcetines caídos,
        palabras hacia el suelo:
con sus labios no saben sino decir palabras,
        sólo tienen su queja,
los miras porque sabes que son como un espejo,
        son como tú,
        y esperan,
        no saben lo que esperan,
        alguna solución, una salida,
        una buena noticia,
        la cita del análisis,
        lo que traiga la sangre,
        una cama más limpia,
        bajar la fiebre un poco,
        que se vayan las náuseas,
        no saber, no sentir,
no necesitan demasiado, se contentan con poco,
si quisieran podrían levantarse y volar,
si pudieran volar, ¡ah, si pudieran volar!,
        tal vez nunca lo harían.




XVI (L’AMBULATORIO)

Ora sarai nell’ambulatorio,
        una ASL,
        uno studio medico,
in un corridoio gelido e apatico,
        luce fioca, nulla di nuovo,
volevi rifugiarti da qualche parte
e sei entrato in un ambulatorio,
gli ambulatori sono così:
luoghi per fare una sosta,
sembrano transitori, sono luoghi
di passaggio o snodi ferroviari,
        una sala d’attesa
dove si sente il vuoto di un tempo che scompare,
e sei seduto vicino a un anziano,
aspettando il tuo turno immaginario,
        il turno che non hai,
stai ammazzando il tempo, non sai dove andare
e ascolti cosa si dice intorno:
        avrei bisogno di una nuova ricetta,
        mi fa male il ginocchio,
        ho ancora la stessa nausea,

un padre che accarezza i capelli delle figlie,
una donna assorta, spettinata o in lacrime,
e un anziano che parla a vuoto,
        una frase sciolta,
        una lamentela, un’altra lamentela,
gli occhiali aggiustati, cerotto e fildiferro,
la lente rigata, le calze abbassate,
        le parole verso il suolo:
aprono la bocca solo per parlare,
        hanno solo da lamentarsi,
li guardi perché sai che sono come uno specchio,
        sono come te,
        e aspettano,
        non sanno cosa aspettano,
        una soluzione, una via d’uscita,
        una buona notizia,
        l’appuntamento per gli esami,
        i risultati,
        un letto più pulito,
        che la febbre scenda,
        che la nausea passi,
        non sapere, non sentire,
non hanno bisogno di molto, si accontentano di poco,
se volessero potrebbero alzarsi e volare,
se potessero volare, ah se potessero farlo,
        forse non volerebbero.



(da Se volessi potresti alzati e volare,
Interno Poesia, 2021, traduzione di Damiano Sinfonico)



   Lo stato patologico, anagraficamente avanzato dell’homo occidentalis necessita di luoghi deputati alla cura, e dunque all’acquisizione di coscienza del proprio decadimento. In quanto tali, questi luoghi sono in verità non-luoghi (asettici) –sono ambulatori, spazi transitori e «luoghi per fare una sosta», «sale d’attesa» di «una buona notizia» oppure della morte.
   Rosales, tradotto qui da Sinfonico, arreda –e la tecnica dell’asindeto è efficace per rendere allo stesso tempo la serie e la labilità– questi spazi con disfunzioni che sono l’allegoria della patologia universale (occidentale). Così si sommano le negazioni (del «sapere», ad esempio), le incapacità delle parole (che precipitano «verso il suolo», oppure servono al lamento, cioè a significante puro, linguaggio d’azione senza significato) e le corruzioni –naturalmente– del corpo («mi fa male il ginocchio, / ho ancora la stessa nausea»).
   La leggerezza del finale impedisce tuttavia a questa poesia della consunzione di degenerare del tutto in poesia dell’apocalisse: la possibilità (il finale si smaga in un doppio o triplo grado di incertezza, tra il «forse» e il periodo ipotetico) di volarsene via annuncia un’apertura; la probabile scelta di non farlo sublima il tragico –che pure è sotterraneamente conservato– in una forma ultima e malinconica di consapevolezza. Forse dell’irrimediabilità della condizione transitoria.

Antonio Francesco Perozzi



12 de mayo de 2021

69.- Palabras de Roberto R. Corsi sobre "Se volessi potresti alzarti e volare".

Reseña de Roberto R. Corsi
[Se volessi potresti alzarti e volare, marzo 2021]


         Di fronte a un’opera quale Se volessi potresti alzarti e volare di José Carlos Rosales, appena uscita per i tipi di Interno Poesia con la cura e traduzione di Damiano Sinfonico e una prefazione di Valerio Nardoni, mi occorre spendere un cave verso il lettore: la mia identificazione emotiva, il cd. narcisismo di lettura di matrice Proustiana, è qui molto elevato. In questo -capovolgendo Achmatova- “poema con antieroe” sento fluire molte delle mie letture, riflessioni, rimuginazioni, accadimenti, farneticazioni, paure. Spero dunque di condurre un’analisi spassionata ma non è garantito.

Va detto intanto che, come leggiamo nelle note finali, la gestazione di questo poemetto suddiviso in venticinque brevi canti ha occupato diversi anni, visto che il poeta di Granada ha fatto circolare i primi estratti già nel 2009. Alcune risorse internautiche ci aiutano a inquadrare ancora meglio la genesi dell’opera. Essa viene concepita alla fine di un ciclo di sei raccolte e forse come inizio di un nuovo epos, contrassegnato da un verso più esteso; così l’Autore in una intervista resa a Christina Linares. Infine, sul versante della proposta italiana, Damiano Sinfonico completa in questo 2021 un percorso di traduzione dell’opera verosimilmente iniziato già nel 2017, a edizione spagnola appena uscita: lo provano gli estratti coevi ospitati su Nazione Indiana. Che, assieme alla recente preview di Nuovi Argomenti, costituisce già un’anteprima testuale abbondante e sufficiente, cui vi rimanderò nuovamente coi link in calce.

Proprio come nella immaginifica e interdisciplinare introduzione di Nardoni, anche io, già al momento di soppesare il titolo, ho avuto il flash di un richiamo intertestuale. Negli anni ‘90, in cima alle classifiche della non-narrativa, c’era un libro di “autoaiuto” scritto da un gesuita, Anthony De Mello. Il titolo era Messaggio per un’aquila che si crede un pollo e, lo deduco dal conto delle ristampe nel colophon, mi è stato regalato o consigliato nel 1996, nei miei ventisei anni (quando evidentemente chi mi stava attorno già capiva che qualcosa in me non andava). Il titolo gioca su una favola per cui un’aquila, cresciuta in gabbia a becchime in mezzo ai polli, sottaciuta la sua capacità di volare, solo alla fine della vita prende coscienza di un suo simile che si libra alto in cielo e della sua natura per sempre repressa. Leggendo il titolo, ho pensato a questa immagine, e a come gli slogan, svuotati, restino più in mente di pagine e pagine di precetti.

Proprio così: magari bastassero una favola, una bella immagine e un manuale a rimetterti sui binari. Rosales ne ha piena coscienza, e la frase che forma il titolo, ribattuta più volte lungo il testo e resa persino universale in coda al canto della sala d’aspetto dell’ambulatorio (canto XVI, dove il non-luogo è perfettamente esposto e rovesciato in luogo agli occhi del non-distratto, ossia del non-adattato), ha una consistenza lunare e quasi sadica.

Il nostro antieroe, nella sua giornata poematica, viene narrato in seconda persona (incalzato, dice bene Nardoni) da un io narrante che da requirente e si muta in inquirente sul finire del libro (non dico troppo per non spoilerare) ma che per gran parte aderisce al personaggio, soprattutto quando questo rimugina –sfogandosi, forse farneticando– contro gli altri, contro il mondo intero che, sotto la patina di una solidarietà di facciata, nasconde solo indifferenza e ricerca dell’eventuale tornaconto.

L’assetto del poema è chiaro fin dalla cesura tra i primi dieci versi dell’opera, che diresti –appunto– quasi presi da un manuale di autoaiuto, e quel “non lo fai” ribattuto con variazioni modali per ben sei volte nella sola pagina iniziale. Nella quale è già dunque evidente che ci muoveremo lungo il più completo disadattamento e incompatibilità sociale.

Dovuti a cosa? Affiorano lacerti di critica all’utilitarismo assoluto (canti II, XIV) alla società dell’homo emptor (canto V, con l’altro “ostinato-ribattuto” dei cioccolatini), all’alienazione lavorativa (XIII, XVIII) e alla ottusità della macchina burocratica (XX); non manca neppure uno sguardo alle ferite ricevute in giovinezza (XIX).

Ma le motrici del libro e del suo protagonista sono due: la noia e la consapevolezza della indifferenza. Anzi una, poiché per alcuni, tra cui Emil Cioran, la noia implica questa consapevolezza. E non trovo, per descrivere il cuore pulsante del libro e il suo impulso primario, frase migliore rispetto a questo squarcio Cioraniano, tratto da Un apolide metafisico: “più o meno bruscamente, a casa propria o in casa d’altri, o davanti a un bellissimo paesaggio, tutto si svuota di contenuto o di senso. Il vuoto è in noi e fuori di noi. L’intero universo è annullato. E niente più ci interessa, niente merita la nostra attenzione. La noia è (…) la rivelazione della futilità universale, è la certezza, spinta fino allo stupore o fino alla chiaroveggenza suprema, che non si può, non si deve fare niente né in questo mondo né in quell’altro, non esiste al mondo niente che possa servirci o soddisfarci” (trad. Tea Turolla).

Da questa esperienza di noia (“annoiato” è presente e ribattuto nel poema) deriva la completa e bilaterale irrilevanza, veramente cosmica indifferenza di tutto a tutto. Non senza ironia: “una volta è uscita la tua foto sul giornale / la vide solo tua sorella” (VI). Si arriva a ipotizzare, al canto VII, che il mondo sia originato “da un guasto” (un clamoroso errore, riprendendo il titolo di un bel libro di Paolo Polvani).

E deriva uno sguardo antropologico sulla persona il cui esaurimento è trattato né più né meno che alla stregua di un mezzo di locomozione: al “mondo pieno di motori” del canto IV fa da contraltare la diffusa contemplazione, lungo il poemetto, di treni e vagoni ormai fermi per sempre, di automobili arrugginite, parcheggiate nella depositeria e da nessuno rivendicate. Evidente metafora del protagonista e dell’uomo in crisi, condotta per tutto il libro.

Gli altri due elementi gnomici da passare in rassegna sono l’impossibilità di estraniarsi e sfuggire a questo meccanismo dentato, rappresentata dal mito della caduta di Icaro, con un probabile riferimento all’illusione di rifugiarsi (ancora proustianamente) nella letteratura come vera vita. E il dato, simile ma con una sfumatura diversa, che la inerzia stessa è tale fino a un certo punto, perché anche il non agire, il farsi trascinare dagli eventi, ne determina il corso. Come gridato dal fondamentale canto XI.

E qui mi fermo con la esegesi, perché ci troviamo sulla soglia dell’azione del poema, che lascio totalmente al gusto della lettura. Infatti, contrariamente alle premesse, alla vicenda viene fatalmente impresso un andamento dinamico e poi una brusca accelerazione sugli ultimi canti. Per giungere a un finale di cui mi limito enigmaticamente a sottolineare simmetria e, anche qui, ironia “posturale”.

Sul piano stilistico Nardoni dice praticamente tutto: estrema libertà che rende il flusso quasi puramente narrativo, con una prevalenza però dei versi imparisillabi nel testo in lingua spagnola. Quindi con una ossatura criptica ma presente. Aggiungerei quanto già implicito nella mia trattazione, ossia il ricorso massiccio alla ripetizione lessicale e concettuale, al ribattuto, all’ostinato, che dà un effetto di rimuginazione continua, di disagio (al canto XXIII il protagonista prende a parlare da solo ma il narratore dice “non ti sente nessuno / io sento ciò che dici”, e in effetti il confine tra pensiero ossessivo e parola non ha corpo sin dall’inizio). E naturalmente tutto un impianto di simmetrie, di contrafforti lungo il poema, che il lettore avrà piacere nel cogliere.

Termino con un dato che potrebbe essere mio personale, dato che ognuno ha il suo strumentario ipertestuale, il suo piedistallo di letture: ho trovato ricchezza di riferimenti e rimandi culturali, ben al di là degli agganci evangelico e Bruegheliano che sono espliciti nel testo. Significativo come, tra i tanti, due “ami” appartengano alla poesia e alla letteratura del nostro paese: l’incipit del canto X, che echeggia il caproniano Biglietto lasciato…; e, al canto XX, quelle Pirandelliane “trecentododici macchine in cerca d’autore”.

Non so se questa sarà la prima puntata di un ciclo, ma il risultato è già ex se notevole.

[José Carlos ROSALES, Se volessi potresti alzarti e volare, trad. cur. Damiano Sinfonico, pref. Valerio Nardoni, testo spagnolo a fronte, Latiano: Interno Poesia, 2021, pp. 133]



15 de noviembre de 2019

66.- Reseña de Alfonso Sánchez (11).

¿Un hombre raro?, Alfonso Sánchez
(El Maquinista de la Generación, número doble, 26-27, Málaga, abril de 2019)





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7 de diciembre de 2018

57.- Reseña de José Pallarés (10).

Las alas de un buzo, José Pallarés
(TEMBLOR. Asidero poético, noviembre 2018)

      La aparición de Un paisaje, la magnífica antología de José Carlos Rosales editada por Renacimiento en 2013, supone a mi entender un punto esencial a la hora de contemplar la producción poética de su autor. En ella aparecen muestras de todos sus libros anteriores (El buzo incorregible, El precio de los días, La nieve blanca, El horizonte, El desierto, la arena y Poemas a Milena) y un anticipo de los dos siguientes: Y el aire de los mapas (con el que el poeta cerrará el ciclo iniciado con El buzo incorregible y formado por todos los libros publicados anteriormente, a excepción de Poemas a Milena) y Si quisieras podrías levantarte y volar, el libro que nos ocupa y que implica de hecho la adopción de un nuevo modo expresivo (el poema largo), sin renunciar a las señas presentes en los libros anteriores: el tono reflexivo, el distanciamiento irónico, la contención emocional, el léxico preciso, la claridad, la elaboración concienzuda del poema, la sólida construcción del libro como tal…
     El libro está formado por veinticinco poemas que son, en realidad, un solo poema. Si redujéramos el libro a su condición de historia (una suerte de road movie), podríamos decir que consta de veinticinco capítulos. Nada en este libro es fruto del azar, desde su sólida estructuración, hasta el propio título, la elección de las citas iniciales, los guiños intertextuales o la elección del modelo del coche que conduce el protagonista.
      Empecemos por el título: Si quisieras podrías levantarte y volar. Es un título sugerente y algo extraño. Normalmente (no siempre) utilizamos para los títulos frases nominales: Campos de Castilla, Arias tristes, Descrédito del héroe, Un paisaje… Aquí, sin embargo, nos encontramos con una oración compleja que, en un primer análisis, incluye una subordinación condicional («Si quisieras»). En este tipo de construcciones la subordinada no es, desde el punto de vista del significado, menos importante que la principal, ya que esta, sin aquella, queda vacía, negada: «Podrías levantarte y volar», nos dice el poeta, pero siempre que quisieras. Y eso no está tan claro, porque la voluntad puede que no exista o que esté anulada por un cansancio extremo. De hecho, en el poema de Luis Cernuda del que está tomada la primera cita que encabeza el libro («Estar cansado tiene plumas»), esas plumas no sirven para volar, son «plumas que desde luego nunca vuelan, / mas balbucean igual que loro». Es decir, no sólo no nos sirven para volar, sino que nos sumen en un estado de incomunicación, de aislamiento, de mero balbuceo.


       El primer poema “Las alas” se abre así: «Estarás tan cansado que te sientes ligero, / tan ligero / que ahora mismo podrías levantarte y volar». El empleo de la segunda persona, tan habitual en la poesía de JCR, domina también en este libro; pero ahora quiero fijarme sólo en el empleo del tiempo: “estarás” es un futuro, se refiere necesariamente a algo que no ha pasado, que forma parte de la suposición, del deseo…; sin embargo, se resuelve con una clara actualización del presente, el tiempo de lo real: “Estarás tan cansado que te sientes ligero”. En este primer verso el lector queda ya atrapado: la segunda persona lo interpela, identificándolo con esa voz del personaje poético, con ese desdoblamiento del yo poético y, al mismo tiempo, lo mete en ese mundo real, en la propia experiencia poética de la que es imposible salir indemne. Siente así el lector que se queda en su casa, en su vida, en su rutina diaria, en su soledad…, porque no hay ninguna Ítaca a la que volver; por eso, aunque si quisiéramos podríamos levantarnos y volar, seguimos aquí con nuestro cansancio y nuestra soledad, aislados, sin atender ni “el timbre de la puerta”, ni “el teléfono” (los títulos de los siguientes poemas), siguiendo donde siempre: «…seguirás donde siempre, / nada puede alcanzarte, / nada puede ocurrir y el teléfono suena: / que suene como suena / la lluvia cuando llueve».
      A partir del siguiente poema nos encontramos sin embargo en un lugar diferente: la autopista, un lugar indefinido, camino a ningún sitio. Mi impresión es que a partir de este momento empieza la ficción, o, si queremos, una segunda ficción: el yo poético sigue en su casa, pero imagina, acaso sueña, que ha salido, que está en la autopista, sin ir a ningún sitio, aislado dentro de su coche, como el buzo o el astronauta dentro de su escafandra: «todo está en movimiento menos tú, / que ahora corres por la autopista / en dirección a cualquier parte». Una imagen ocupa este poema: los motores. Vivimos rodeados de motores que giran sin cesar mientras nosotros permanecemos quietos, aislados en un mundo en el que «solo existen motores, / es más fácil encontrar un motor / que encontrar un amigo».
    Dos gasolineras sirven de marco para los poemas V (“La chocolatina”) y VI (“La gasolinera”). Se trata de un espacio impersonal en el que el personaje se detiene para hacerse con una chocolatina o un periódico. Como en otros poemas, el lector tiende a confundir las voces, pues se mezclan las reflexiones del protagonista que espera en la cola con las del que lo contempla en la distancia. Quiero apuntar la presencia, por lo demás frecuente en todo el libro, de guiños al lector mediante referencias a poemas con los que se le supone familiarizado. Así, nuestro personaje va de su corazón a sus asuntos mientras, en la cola, espera la llegada del encargado que resuelva el problema surgido en la caja, pues «siempre hay un encargado, / en todos sitios hay un responsable, / un responsable oculto o escondido, / un responsable acecha…». La aparición de estos guiños, exentos de cualquier tono pedante, es frecuente en todo el libro y podría ser objeto de un análisis más detallado que ahora no procede, aunque señalaremos algún otro caso.
       Echado sobre el pretil de “un puente que no es puente” (poema VII), contemplamos con el protagonista el vacío, el sinsentido, los vagones y los trenes abandonados, inmóviles, sin destino… Esos trenes son el centro del siguiente poema (“Los trenes”) en el que el juego de voces adquiere una complejidad explícita. Mientras nuestro personaje contempla los trenes abandonados («te pareces a las cosas que miras / y las cosas que miras se vuelven como tú»), aparece la voz en primera persona de quien lo contempla a él («te miro a ti, te miro / y tú miras los trenes»). Observemos que las miradas vienen desde lo alto, desde la distancia que abre camino a que el personaje desdoblado adquiera una mayor entidad o independencia: «desde arriba las cosas se ven de otra manera […] / yo te miro mirarlas sin saber lo que piensas…». Es el momento ahora de hacer referencia a la segunda cita que abre el libro: «Pues las cosas verá desde lo alto, / nunca terná de qué pueda alterarse». Pertenece a la epístola de Boscán como “Respuesta a don Diego de Mendoça”, y en ella Boscán defiende cómo esta distancia es necesaria para alcanzar la virtud: «Quien sabe y quiere a la virtud llegarse, / pues las cosas verá desde lo alto, / nunca terná de qué pueda alterarse». Es la distancia del que mira desde lo alto del puente los vagones inservibles y del que lo contempla mientras mira.
      Entretanto, el coche ha quedado mal aparcado, nuestro protagonista niega ante la policía que el coche sea suyo, mientras el viento engañoso le sugiere que hay algún sitio que lo espera (poema IX, “La policía local”). “La grúa” (poema XI) se ha llevado el coche, ante la desidia de su dueño: «…muchas veces has visto / alejarse tu mundo, / estás acostumbrado a que todo se vaya», a que se lleve «todo lo que fue tuyo y resultó ser nada». La presencia del poema de Blas de Otero es significativa. De hecho aparecerá más adelante, en los poemas XIV (“Las cartas”) y XVII (“La caída”). Sin embargo, la fe en la palabra parece haber desaparecido, pues las palabras que el personaje busca al rellenar el crucigrama son tan sólo «las palabras impuestas, / palabras sugeridas», palabras que quedarán en el periódico «medio escritas, / tachadas». Desolación se llama la sensación que nos invade. En medio han quedado dos poemas muy significativos: “El sótano” (poema XII) y “Las escaleras” (poema XIII). El primero es un verdadero descenso a los infiernos, donde «todo se ha vuelto mugre, y tú también podrías / convertirte en basura, te volverás basura / si llevas la contraria…»; en el segundo, la constatación del fracaso (llámese Babel, llámese Ícaro, tal como se explicitará en el poema XVII, “La caída”) del que intenta subir permite además la constatación de que toda subida se basa en la humillación de alguien, pues «sólo puedes subir si te manchas las manos, / o si pagas el precio, aduana o peaje».
          En los poemas XV y XVI (“Las palabras” y “El ambulatorio”) son el tiempo vacío y la desolación los elementos dominantes. El ya citado poema “La caída”, incorpora nuevamente el recuerdo del poema de Blas de Otero (el tiempo perdido es un «anillo que se arroja al agua») y de otros poemas menos explícitos textualmente pero no sentimentalmente: los «papeles arrugados», el «panorama sin aire», nos conducen al “Nocturno” de Alberti en el que las palabras están «heridas de muerte». Y nos conducen también a un tiempo en el que estos poemas, el de Otero y el del Alberti, formaron parte de la banda sonora de un sueño esperanzado. Hoy, sin embargo, como en el cuadro de Brueghel, la muerte de Ícaro es un “inesperado chapoteo” en el que perdemos todos, pues «con él se hundió algo / que también era nuestro: / algo que era de todos». Quizá esté en estos versos la clave de todo el libro.
        La contemplación de un escaparate (poema XVIII) en el que se saldan los muebles de oficina por cambio de negocio nos lleva a pensar que todo es ya oficina: si “un responsable acecha” (poema V), también las oficinas, como las cárceles del poema de Miguel Hernández, «se arrastran / por la humedad del mundo», con el único propósito de anular al hombre, tal como acontece en los relatos de Kafka. Nuestra única defensa es no proclamar nunca nuestra soledad, nuestra indefensión: «…y te callas, te callas, / y no le dices nunca a nadie que estás solo» (poema XIX, “Los consejos”). Contra ese mundo de burocracia y oficina chocará nuestro protagonista cuando intenta sin éxito recuperar su coche (poema XX, “El depósito de la grúa”), de modo que acabará robándolo y emprendiendo “la huida” (poema XXI), convirtiéndose así en un curioso delincuente, «el hombre que robó su propio coche» (poema XXII, “La emisora local”) y que acaba dejándolo abandonado en “la cuneta” (poema XXIII). Estamos al final de esta historia. El coche queda abandonado y nuestro personaje se esfuma. «Detenerte pensé, pasaste huyendo» era el verso de Luis Carrillo y Sotomayor que JCR utilizaba como tercera cita al comienzo de su libro y que, ahora, se integra en el poema: «El tiempo se acabó […] / detenerte pensé, / pasaste huyendo».
      “Días más tarde” (poema XXIV) aparece el Simca Aronde abandonado. El propio JCR ha insistido en varias ocasiones en la importancia de esta elección: se trata de un modelo que en los años sesenta fue símbolo de la modernidad, una modernidad que ahora aparece truncada, rota; por otra parte, la palabra francesa “aronde” significa “alondra” o “golondrina” y nos vincula así con el ansia de volar. Reaparece ahora la voz en primera persona, acomodada en el mismo bar en el que transcurrieron los poemas XI-XIV. Fue el dueño de esa voz quien lo imaginó todo: «Imaginé su casa, su fuga, su desidia / y su coche perdido y encontrado en el monte, / […] robó su coche, se evaporó del mundo, / y así lo vi, así lo imaginé: / ¿cuál es la diferencia?».
       Se cierra el libro con el poema XXV, en el que “habla el empleado de una gasolinera”, un testimonio necesario aun para esa voz que todo lo ha imaginado, pero a la que, efectivamente, parece que se le ha escapado el personaje (antes ha habido un guiño a Pirandello). Dice así el empleado: «Estará en algún sitio donde nadie lo busque, […] seguro que se habrá disgregado / y será transparente como el agua o el aire, / estará por ahí, volando por el cielo, / ¿qué más da dónde esté?».
       «¡Oh volador dichoso que volaste / por la región del aire a la del fuego, / y en esfera de luz, quedando ciego, / alas, vida y volar sacrificaste». Los versos tercero y cuarto de este cuarteto del Conde de Villamediana son la cuarta y última cita con la que JCR ha encabezado su libro. Queremos pensar que la búsqueda de la luz, aunque se pague con el fracaso, en algún momento merecerá la pena para “el volador dichoso” que decida “levantarse y volar”.
       Compruebo ahora que la primera impresión que me produjo la lectura de este último libro de José Carlos Rosales se ha ido reafirmando con las siguientes lecturas: se trata de un libro que obliga a una lectura pausada y atenta, con margen para apartar los ojos de la página leída y dejar volar el pensamiento o la imaginación; se trata de un libro muy trabajado e inteligente; se trata de un libro emocionante y conmovedor, que nos interroga y nos hace interrogarnos sobre la radical soledad con la que el ser humano se enfrenta con su tiempo. No dejen de leerlo.




11 de noviembre de 2018

5 de julio de 2018

50.- Reseña de Antonio Jiménez Millán (9)

El fracaso de Ícaro , Antonio Jiménez Millán
(Revista Álabe, reseñas, nº 18, págs. 26-28)


   Los títulos que ha escogido José Carlos Rosales (Granada, 1952) para sus libros de poemas nos orientan hacia claves simbólicas determinantes del sentido de su escritura. Así, El buzo incorregible (1988) apunta hacia el viaje interior, El precio de los días (1991) tiene la apariencia de un diario que aspira a fijar un tiempo siempre ajeno; a partir de La nieve blanca (1995), la depuración expresiva es cada vez mayor, como se puede advertir en los dos libros siguientes: El horizonte (2003) y El desierto, la arena (2006). Muy distinto es Poemas a Milena (2011), un libro de poemas amorosos de tono mucho más directo. 
   Los seis libros que he citado fueron la base de la antología Un paisaje (1984-2013), publicada en 2013 por Renacimiento con selección y prólogo de Erika Martínez. Esta antología incluyó, al final, dos secciones de poemas inéditos: la primera remitía al libro Y el aire de los mapas (iniciado en 2006, publicado en 2014 por Vandalia). La conjunción copulativa y marca de forma clara un final de ciclo; el libro se divide en tres secciones que responden literalmente a la enunciación del título, y a propósito de él ya señalaba Erika Martínez la continuidad de la poética de José Carlos Rosales en torno a tres ejes: el fluir de la conciencia, un cierto aire fantasmagórico y una proyección espacial de lo íntimo. 
   La segunda sección era un anticipo de Si quisieras podrías levantarte y volar, iniciado en 2008 y publicado en la primavera de 2017 por la editorial madrileña Bartleby. Ya desde el título, este último libro de José Carlos Rosales se refiere al mito de Ícaro, en este caso a través del cuadro de Brueghel: “Nadie sabe siquiera que con él se hundió algo / que también era nuestro, / algo que era de todos: / si se arruina algún sueño algo nuestro se arruina, / la quiebra de Babel, el fracaso de Ícaro,/ inesperado chapoteo: / era Ícaro ahogándose mientras dices o piensas: / ¿qué hago aquí?, ¿dónde estoy?” (XVII). El autor nos presenta ahora un poema extenso y unitario que implica un importante cambio de tono. Dividida en 25 apartados, la narración –porque estamos ante una especie de relato, un “romanzo in verso” al modo de Attilio Bertolucci– parte de una fuga que tiene algo de road movie y de novela negra: el protagonista coge su viejo coche, un Simca Aronde que se había llevado la grúa en un día sofocante del mes de agosto, y a partir de ahí se inicia su particular huida (“Nadie sabe / la razón del que huye”, se lee en un momento determinado). 
   La frase que da título al libro funciona como leiv motif y nos da pistas sobre los mecanismos de repetición frecuentes en el desarrollo textual y los símbolos de la realidad urbana más inmediata: los timbres, los teléfonos, la autopista, una gasolinera, la grúa municipal, las tiendas cerradas, los bares, los sótanos, un ambulatorio, los caminos vecinales, los trenes, un puente, periódicos viejos… Y, de fondo, la sensación de soledad, la culpa: “todo se ha vuelto mugre, y también tu podrías / convertirte en basura, te volverás basura / si llevas la contraria, por eso estás aquí / mirándote la cara en el espejo/ ladeado, escuchando / una voz que dimite” (XII). Asistimos a un desdoblamiento de voces y de personajes a lo largo de este relato: “… y te miro pensando: / si quisiera podría levantarse y volar, / si pudiera volar, ¿a dónde iría?”. O este otro fragmento: “y caminas buscando / sin saber lo que buscas, / porque no buscas nada, nada puede encontrarse / pensando que no existe aquello que se busca, / sabiendo que no puedes / abandonar la búsqueda…”. Hasta que, en el último poema, se presenta otra voz: la del empleado de la gasolinera que resume la historia a su modo (XXV). 
   Toda esta proyección especular se relaciona con la simbología del viaje, tan significativa en los libros anteriores de José Carlos Rosales (y casi siempre en el sentido de repetición o costumbre: ya se veía en el libro anterior, Y el aire de los mapas). Ahora encontramos una narración elíptica que tiene mucho de cinematográfica y que suele conectar el ámbito personal y el dominio colectivo. La mirada se detiene en los objetos y, a partir de ahí, produce el efecto de una cámara que recorre lentamente los espacios, muy especialmente los interiores (el sótano), marcando así el contraste entre el vuelo –enunciado ya en el título– y el descenso a las profundidades: “…si quisieras podrías levantarte y volar, / pero sólo desciendes, / sólo sabes de sótanos o túneles, / pasadizos sin llave, / puertas que nunca abrieron” (XI). 
   Un aspecto muy interesante de este libro es la intertextualidad. Hay muchas citas –más o menos veladas– y referencias a otros poetas: Luis Cernuda, Miguel Hernández, Blas de Otero, W. H. Auden, Henry David Thoreau. Una cita de Otero (“todo lo que era tuyo y resultó ser nada”) anticipa la desmitificación de la libertad individual, la ficción moderna del héroe: “nunca serás un héroe, / eres sólo un fantasma, / el fantasma escondido que recorre / la soledad, su estepa imaginaria…” (XXII). 
   Termino con un balance muy lúcido que ha escrito Francisco Díaz de Castro a propósito de Si quisieras podrías levantarte y volar: “No tanto tristeza cuanto melancolía y decepción destila este espléndido libro en el que la emoción da vida a una reflexión sobre el vivir contemporáneo que no se dice más que a retazos, y que no desemboca más que en una constante sensación de impotencia como esa imposibilidad de levantar el vuelo, es decir, de actuar frente a las circunstancias más triviales. Más que a Walt Claireborne, el personaje de Mr. Vértigo, de Paul Auster, me recuerda –y no sólo por eso, sino por su mismo montaje insistente y cambiante a la vez– aquel momento de El ángel exterminador de Luis Buñuel en el que nadie puede salir de una habitación a pesar de que nada lo impide. Y el poeta no saca conclusiones, porque esas se reservan al lector”.


















28 de marzo de 2018

45.- Reseña de Pilar Mañas (8)

Incluso para fugarse hace falta valorPilar Mañas
(Revista Turia, número 125-126, marzo de 2018, págs. 448-449)

   Estamos ante un poemario en el que los personajes son las grúas, los coches, las autopistas, las gasolineras, las escaleras y los sótanos; el protagonista es un hombre sin rostro, un hombre que arrastra un existencialismo del siglo XXI. Son personajes y emociones que nos globalizan o globalizan nuestros derrumbes, nuestros claroscuros, nuestras zonas de escombros. Da igual que este hombre camine o conduzca por las calles de una ciudad de provincias en España, o por un barrio de New York, ya que todos somos un poco Hopper, algo de Raymond Carver, casi todo Albert Camus. Y, aunque caminemos con la cabeza gacha o la mirada ausente, no dejamos de buscar un resquicio de luz, no dejamos de perseguir la armonía de lo que fuimos y ya no somos, de buscar alguna identidad con los objetos con los que vivimos cotidianamente (como nos recuerda J. Cheever). Sin embargo, poderes invisibles se obstinan en no dejarnos ese hueco.
   Este es un libro de fugas, de grietas por las podríamos huir si fuéramos valientes. Es un libro de gritos clandestinos que preparan la disidencia o el golpe final contra algunos tiranos fácticos a los que deberíamos poder y saber nombrar por muy emboscados que estén tras el confort, la desidia, el miedo o el aburrimiento. Este poemario nombra, enumera y, por ello, se rebela.
   En este catálogo de desolaciones, soledad y derrumbe hay, sin embargo, algunas fisuras por las que podemos mirar de reojo la duda y la posibilidad aunque nos pesen los años, la enfermedad y el sinsentido de estar gobernados por motores cibernéticos. El poeta nos alerta de que la naturaleza humana, misteriosa y profunda, se desvela a pesar de nosotros mismos:

[…] 
el padre que acaricia el pelo de sus hijas, 
la mujer que está ausente, despeinada o llorosa, 
y el anciano que dice palabras para nadie, 
[…] 
no necesitan demasiado, se contentan con poco, 
si quisieran podrían levantarse y volar, 
si pudieran volar, ¡ah, si pudieran volar!, 
          tal vez nunca lo harían. 
(págs. 45-46) 

   Todos los poemas posteriores al primero, donde ya aparece la frase que dará título al libro, desarrollan y detallan la premisa enunciada de un modo premonitorio: a pesar de la realidad de escombros, sueños pisoteados, infancias escamoteadas, miedos que brotan en el río que nos lleva, podemos vislumbrar con una mirada el cielo, el aire: 

[…] 
esas alas gigantes que te impiden vivir, 
          alas imaginarias o fingidas, 
          las alas que no tienes, 
          invisibles o blancas, 
pero estás muy cansado y no lo haces, 
          no lo harías, no lo quieres hacer, 
si quisieras podrías levantarte y volar 
[…] 
(pág. 9) 

   Esas alas, sin embargo, serían el instrumento de resistencia, la llave para abrir las rejas de la celda en la que vivimos prisioneros como delincuentes sin delitos. Esas alas invisibles o blancas, sin embargo, nos convertirían, extendidas, en espíritus libres, como esos ángeles del relato de Anna Blandiana, “Proyectos de pasado”, porque si no lo intentamos ya sabemos el resto: 

[…] 
si te quedas aquí 
          seguirás como hasta ahora, 
tan cansado y tan vivo, 
          tan ligero y distante, 
          tan pesado, 
          tan solo. 
(pág. 10) 

   Y, de pronto, un hombre, también sin rostro, ensaya esa posibilidad, ensaya la huida, o la convierte en sueños. 

[…] 
bajo el silencio solemne de los árboles 
          se perdió un fugitivo, 
los árboles le oyeron escapar de su jaula, 
animal encerrado que escapó sin destino, 
robó su coche, se evaporó del mundo, 
y así lo vi, así lo imaginé: 
¿cuál es la diferencia? 
(pág. 65) 

   No es este poemario un lamento, aunque pudiera parecerlo, sino un grito ahogado porque fluye por dentro, es la búsqueda de una huida, que en los tiempos que corren es un tipo de resistencia. Tal vez en estos años de dictaduras tecnológicas y de altas finanzas, la resistencia se opera desde el descreimiento, o desde el dar nombre verdadero al misterio de la soledad interior, del vacío existencial. Tal vez “la disidencia” radique en “escapar” “fugarse” o “volar”. Alguien más sabio, tendría que decirnos hacia dónde, hacia qué territorio ignoto podríamos dirigirnos, en qué país extraño podríamos encontrarnos todos los que hemos decidido huir. 
   El poeta ha dejado abocetado un mapa con caminos, ha trazado unas líneas primeras que conducen a desviaciones de autopistas, a áreas de descanso donde meditar sobre los timbres, los teléfonos, los coches, las escaleras y los motores. En esa área de descanso podríamos levantar la vista y determinar: 

[…] 
          que piensen lo que quieran, 
dejarás que el teléfono suene, 
no lo descolgarás, seguirás donde siempre, 
nada puede alcanzarte, 
nada puede ocurrir y el teléfono suena: 
que suene como suena 
          la lluvia cuando llueve. 
(pág. 14) 

   A veces hay pasadizos con llaves secretas. Tendremos que encontrarlas.









13 de febrero de 2018

39.- Columna de Ángeles Mora (7)

Levantarte y volar, Ángeles Mora
(Diario Granada Hoy, 26 de abril de 2017, pág. 5)

    [...] Podemos [...] encontrarnos con el nuevo libro de José Carlos Rosales: Si quisieras podrías levantarte y volar [...]. Título sugerente, insólito, que nos arrastra… A veces en sueños se vuela, pero volar porque ya no te pesa el cuerpo, porque estás cansado, tan cansado que tienes alas, es una manera de decirnos muchas cosas. Como, en cierto modo, también sugería el verso de Luis Cernuda que encabeza este libro: "Estar cansado tiene plumas". Pero para Cernuda esas plumas del estar cansado "nunca vuelan". Sin embargo a José Carlos Rosales ese estar tan cansado tiene plumas tan ligeras, le hace sentirse tan sin peso, que podría levantarse y volar… Si quisiera. Pero no quiere, porque no hay ningún sitio al que quiera volver, al que ya quiera ir. Aunque sabe que quedarse aquí significa seguir como hasta ahora: "tan cansado y tan vivo / tan ligero y distante, / tan pesado, / tan solo".
     Sin duda, muchos nos podríamos identificar con ese cansancio extremo, sentirlo físicamente, de hecho nos identificamos con ese desaliento que habla de nuestra soledad, de la impotencia con que habitamos un mundo que nos está aislando y asfixiando cada día más. Que no nos deja crecer como personas, que nos pone alas que son cadenas.
    José Carlos Rosales nos narra en este libro, un largo poema dividido en XXV capítulos, la historia de un hombre de hoy, hundido, perdido en el mundo de hoy, en sus espacios y recovecos: la autopista, el teléfono, el puente, el coche, la gasolinera, la grúa, el ambulatorio, las escaleras, el sótano, las palabras… Nos narra la historia de un hombre de hoy que acaba desapareciendo. Que quizás se quedó ya sin peso, consumido, de manera que tal vez pudo levantarse y volar…
    La lectura de este libro, emocionante, me ha dejado mucha desolación. Es la desolación que realmente sentimos dentro de un mundo que nos oprime cada vez más. Pero del que no parece que queramos de verdad salir. No somos capaces de levantarnos y volar.




1 de febrero de 2018

37.- Reseña de Francisco Díaz de Castro (6)

La canción del fugitivo, Francisco Díaz de Castro
(Revista Mercurio, número 198, febrero de 2018, pág. 32)

     En la poesía de José Carlos Rosales (Granada, 1952), este libro supone una propuesta muy sugestiva a partir de la alusión al mito de Ícaro del que parte. El conocido cuadro de Brueghel es el punto de arranque de un desarrollo textual que sugiere diversas lecturas sobre la pertinencia de la fábula a la hora de reflexionar sobre la conciencia individual del presente: “Nadie sabe siquiera que con él se hundió algo / que también era nuestro / algo que era de todos: / si se arruina algún sueño algo nuestro se arruina, / la quiebra de Babel, el fracaso de Ícaro, / inesperado chapoteo: / era Ícaro ahogándose mientras dices o piensas: / ¿qué hago aquí? ¿dónde estoy?”.
     Sobre la base reflexiva de toda la poesía anterior de Rosales, el libro aporta novedades en su forma y en su técnica. Se trata de un solo poema narrativo dividido en 25 secciones con elementos de road movie y novela negra en las que el poeta granadino traza, sobre la línea argumental de una escapada en un viejo Simca Aronde a lo largo de un tórrido día de agosto, una dura figuración de la vida del hombre contemporáneo desposeído de ideales: la angustia del tiempo, la inanidad de las palabras, el peso de la soledad urbana, la culpa por las abdicaciones: “todo se ha vuelto mugre, y también tu podrías / convertirte en basura, te volverás basura / si llevas la contraria, por eso estás aquí / mirándote la cara en el espejo / ladeado, escuchando / una voz que dimite”. El juego de voces y el recurso a la digresión, la narración sincopada y la reiteración de la frase que da título al libro logran plasmar el desconcierto colectivo en medio de la historia contemporánea, un desasosiego y a la vez un hastío comunes: “quisieras disolverte, no estar, no ser, / y te miro pensando: / si quisiera podría levantarse y volar, / si pudiera volar, ¿a dónde iría?”.
     “Nadie sabe / la razón del que huye”: en una serie de secuencias y escenarios cambiantes, un borroso personaje de rasgos kafkianos se desdobla en una segunda persona especular que propone al yo poético en su propio reflejo la indefensión, el vacío del lenguaje, la confusión que impone la vida contemporánea. La superposición de voces diferentes permite introducir lo íntimo en lo colectivo, objetivándolo. Automóviles, carreteras, estaciones de tren, policías, grúas, tiendas de gasolinera, periódicos, bares de carretera, dispensarios, teléfonos, timbres, emisoras de radio, etc., crean una atmósfera abigarrada y cambiante que instala desde el principio una tensión narrativa de thriller cinematográfico salpicado constantemente por sugerencias, sarcasmos y juegos verbales: “y caminas buscando / sin saber lo que buscas, / porque no buscas nada, nada puede encontrarse / pensando que no existe aquello que se busca, / sabiendo que no puedes / abandonar la búsqueda…”
     Melancolía y decepción destila este texto en el que la emoción da vida a una efectiva reflexión sobre el vivir contemporáneo que solo se apunta a retazos y que desemboca en una constante expresión de impotencia ante la realidad, esa imposibilidad de levantar el vuelo, de actuar frente a las circunstancias más triviales. Y el poeta no saca conclusiones, porque esas se reservan al lector.








25 de enero de 2018

35.- Reseña / Juan Lamillar (5)

Las ruedas y las alas, Juan Lamillar
(Estación Poesía, número 12, invierno 2018, págs. 61-63)


     Frente a la facción poética de los que escriben poemas que después organizan para formar un libro, existe la de aquellos que conciben el libro como libro y a ese empeño van dedicando tiempo, reflexión y poemas. A esta última cofradía pertenece, sin ninguna duda, José Carlos Rosales, con el agravante de que él no piensa en libros sino en ciclos.
     El primero es el que se abrió en 1988 con El buzo incorregible y alcanzó su sexta entrega y su final con Y el aire de los mapas, de 2014. Este Si quisieras podrías levantarte y volar supone para Rosales el comienzo de un nuevo ciclo que pretende acercarse más a unos relatos “que justifiquen las razones y conclusiones poéticas” y en el que incluso los títulos, como el del presente libro, sean más extensos, “una frase cuyo sentido no conoceremos del todo hasta no leer los poemas”.
     Lo primero que hay que destacar de este libro es que se trata de un único poema, de marcado tono narrativo, dividido en veinticinco partes encadenadas, cada una con su título correspondiente, ya que van contando las peripecias de su protagonista en una segunda persona gramatical que sirve convenientemente a los desdoblamientos del yo.
     Aunque la intención del autor sea la de comenzar una nueva aventura poética, no por ello dejan de estar presente en estas páginas algunas de las líneas maestras de sus últimos libros: el miedo, la huida, el vacío, ni se apagan del todo sus coordenadas poéticas, centradas en dos figuras: la del viajero o fugitivo, la del enfermo o prisionero: seres que habitan un mundo ajeno y extraño, desde la quietud o desde el movimiento.
     El vuelo de su título, que se repite a lo largo del libro como un leiv-motiv, viene avalado (avuelado, podríamos decir) por la citas iniciales: tres clásicos (Juan Boscán, Luis Carrillo y Sotomayor, y el conde de Villamediana) y un contemporáneo tan representativo como Luis Cernuda. En alguna de sus partes nos llegará el eco de Auden a través del cuadro de Brueghel, “La caída de Ícaro”. Poesía, pintura y mitología en un juego de espejos.
    Consecuentemente, el primer poema se titula “Las alas”, con su referencia al albatros de Baudelaire: esas alas gigantes que le impiden vivir, y esos primeros rasgos que nos van presentando al personaje poético que va a protagonizar la aventura. El cansancio vital y la soledad con los que acaba el poema inicial se nos dibujan con más nitidez en los dos siguientes: “El timbre de la puerta” y “El teléfono”, con su defensa de la intimidad frente a lo exterior, frente a lo persistente como molestia o amenaza.
     El timbre de la puerta se duplica en el timbre del teléfono. La puerta no se abre, el teléfono no se contesta, a pesar de la insistencia: “no quieres ver ni que te vean” y con ese sigilo (ascensor hasta el garaje que evita los saludos) nuestro personaje alcanza lo exterior. El coche, el otro protagonista de la acción, cobra su lugar, mientras asistimos a una constatación de la omnipresencia de los motores, deteniéndose en los electrodomésticos hasta llegar a la conclusión de que el mundo es un motor, de que la vida es movimiento.
    La gasolinera como primera parada de consumo: chocolatina, periódico… Comienza un clima de desolación, subrayado por el espacio -la impersonalidad de la autopista- y por el tiempo: una tarde de agosto. Ciudad desierta, mundo detenido. Una mirada a las mentiras de periódicos que acabarán en hemerotecas: se han llevado “el brillo de los días, el fulgor de unas horas” y por ello sus páginas acogerán a los insectos.
     Continuamente se nota la importancia de la mirada: “Te pareces a las cosas que miras / y las cosas que miras se vuelven como tú”. Hay un cruce de miradas entre el personaje que desde el pretil de un puente observa los trenes desatendidos que son ya material de museo, y entre los policías que miran el coche (no precisamente nuevo) aparcado en la acera. La negativa del protagonista a reconocer su propiedad y las dudas policiales ponen en marcha la acción, que se permite una reflexión sobre los sitios de donde uno no se va, adonde uno no regresa: “animal encerrado que recorre su jaula” (¿Cómo no recordar la pantera del poema de Rilke?).
     El coche se lo lleva la grúa, “igual que se ha llevado tu vida la desgana”, y entonces hay una desposesión, un “no buscar nada” del poeta que procura, sin conseguirlo porque es un extraño en el sistema, que sus pies encajen “en la cuadrícula del mundo.” Hasta que el poeta rescate su coche mediante el robo y se convierta en un perseguido, entramos con él en lugares de claro simbolismo. El primero es un bar, pero aunque su deseo es volar, desciende a los servicios, al sótano, sin ahorrarnos la descripción del abandono: cisterna que gotea, cervezas apiladas, calendarios anacrónicos… Los despojos del mundo, la dejadez del mundo.
     Tras la subida de las escaleras, con mención del fracaso de Babel, llega la permanencia en el bar, donde reflexiona sobre esta sociedad que sólo se interesa en lo que tienen, no en lo que son, las personas, y su ajetreo de cartas y documentos y firmas… Frente al periódico, la cabeza no existe: sólo existen los ojos, que son los que se enfrentan al predominio de las imágenes. Por eso se buscan las palabras aunque sean las que se nos exigen para completar el crucigrama. Y se presenta el absurdo: no puedes volver a la casa porque las llaves están en el coche.
     Del bar, un sitio de convivencia, de un cierto grado de socialización, pasamos a otro refugio: el ambulatorio, otro lugar de paso en el que enfermo y turno son imaginarios, aunque hace suya la espera de los ancianos y las familias. Nos hiere ese tiempo sin fondo de las salas de espera, punteado aquí por la lámina de Brueghel que representa la torre de Babel, ese “afán humillado de los hombres”. Quiebra de Babel que se relaciona con el fracaso de Ícaro.
     De nuevo en la calle, contempla el escaparate de una tienda de muebles de oficina: muebles obsoletos, porque ya las oficinas son virtuales o están en una isla perdida del Pacífico… En la calle recuerda también “el laberinto de la infancia”, los consejos que siempre comienzan con el no: desde no toques los enchufes hasta no le digas a nadie que estás solo.
     El personaje que miraba los trenes abandonados contempla ahora, en el depósito de la grúa, los muchos coches sin reclamar, “la explanada como un museo a la intemperie…” Tras robar el coche, asistimos a una repetición: como al principio, está en la autopista pero ya se ha convertido en un ladrón, en “el hombre que robó su propio coche”, como pregona la emisora local. El solitario, ahora exhibido, conduce sin destino, convertido “en un fantasma escondido que recorre la soledad”, esa soledad del principio: ni puertas, ni teléfono. Se repite también el abandono del coche: “todo tiene un final menos tu miedo”.
     El hallazgo por la guardia forestal de un coche abandonado (un Simca Aronde) aparece en el periódico, que el personaje lee en el bar, como en un bucle que se va repitiendo… Y el largo poema acaba con la intervención ajena: un empleado de gasolinera que traza un retrato de sus costumbres, hábitos, consumiciones… En esta última parte, es el yo, la primera persona, la que se despide y regresa a la calle cuando “la noche comienza otra vez a ser fría”.
     Me he permitido ir desvelando este esquema incompleto de los hechos que nos presenta José Carlos Rosales porque supone una mínima aproximación a la complejidad del libro, es sólo la trama sobre la que se levanta este poema extenso que aúna vértigo y reflexión, que disecciona carencias e imposiciones de la sociedad contemporánea.
     Si quisieras podrías levantarte y volar es un libro valiente y extraño, una narración que se acoge a los recursos de la poesía que son necesarios para su proyecto. De ahí que estemos ante una poesía directa, conversacional, que va dibujando las vicisitudes y contradicciones de un personaje que quiere mantener la lucidez en este laberinto, de un buzo que, incorregible en sus aspiraciones, pretende, nada menos, que alzar un vuelo anhelado pero casi imposible.